Addio a Michele Rossi, ingegnere urbanista, storico componente del CeNSU fin dalla sua fondazione

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E’ purtroppo venuto a mancare nella sua Milano Michele Rossi. Una vita spesa tra la professione e la passione per l’urbanistica che lo ha portato ad essere fondatore e da sempre presente nell’attività del nostro Centro studi dal convegno di Sorrento del 1965.

Il ricordo di Dionisio Vianello ce lo fa celebrare ancor oggi come un elegante, vero amico nostro e del CeNSU

Michee Rossi a Desenzano, 21 febbraio 2020 (f. Elisa)

Michele Rossi, uno slalom parallelo lungo 60 anni

Ricordare Michele vuol dire ripercorrere la storia del CENSU, ma per me è anche l’occasione di rievocare un rapporto personale unico. Se devo sintetizzarlo per immagini, è come un lungo percorso di slalom parallelo durato quasi sessant’anni. Un campo di gara – l’urbanistica – un percorso lungo ma veloce tra i paletti – uno un po’ più avanti e l’altro un po’ più indietro che cerca di sorpassarlo, come è giusto che sia tra professionisti – la gara che si conclude con l’abbraccio finale e i festeggiamenti.
Un legame duraturo e profondo che ci ha accomunato per quasi sessant’anni. Ci conoscemmo infatti nel 1965 frequentando il corso di urbanistica tecnica al POLI di Milano diretto allora da Vincenzo Columbo. Ingegneri entrambi, lui un po’ più anziano, con due avviati studi professionali, lui a Milano nella capitale del Nord, io a Bassano del Grappa, piccolo centro della pedemontana veneta. Il lavoro non mancava certo in quegli anni, l’edilizia marciava ancora a ritmi sostenuti, riuscimmo a cogliere gli ultimi fremiti del boom.
Ma ben presto il nostro interesse si rivolse verso nuovi lidi. Tra i tanti lavori di edilizia ci era capitata la richiesta di fare alcuni Programmi di Fabbricazione, lo scalino più basso del cursus honorum della legge del 1942. Compiti che affrontammo con entusiasmo ma anche con leggerezza, forse eccessiva, come se il piano fosse il progetto di un grande condominio.
Il virus ci aveva ormai contagiato, ben presto il nostro interesse cominciò a spostarsi verso la nuova disciplina. Anche perché non era difficile intuire che la situazione italiana era troppo arretrata, e ben presto ci sarebbe stato un profondo rivolgimento della materia. Il che successe puntualmente due anni dopo con la legge ponte 1765/1967 che imponendo l’obbligo della pianificazione a tutti i comuni, aprì nuovi orizzonti alla professione e ci inondò di incarichi.
Di urbanistica, al di là di qualche lettura dei classici, ne sapevamo ben poco. Per quanto mi riguarda non avevo nemmeno frequentato il corso di Urbanistica nella Facoltà di Ingegneria di Padova, era facoltativo per cui era considerato la cenerentola della facoltà. Così pensammo bene di iscriverci al corso del POLI, correva l’anno 1965/66. Da qui partì la nostra conoscenza, ben presto trasformatasi in salda amicizia. Avemmo così l’occasione di conoscere e frequentare alcuni mostri sacri – Cesare Chiodi, Giovanni Muzio – ma anche di apprezzare alcuni giovani insegnanti, Guido Colombo in particolare, stringendo legami di conoscenza e di stima.
Così quando avemmo notizia che il CNI aveva in mente di creare una aggregazione degli ingegneri che a vario titolo si occupavano di urbanistica, anche per contrastare la supremazia degli architetti che da sempre contestavano agli ingegneri la competenza, aderimmo entusiasticamente all’iniziativa. Venne organizzato un mega convegno in quel di Sorrento – mi sembra che fosse l’ottobre del ‘65 – dove ci catapultammo intervenendo con foga nel dibattito e contestando con giovanile baldanza i dinosauri più anziani. Che però, onore al merito, ci fecero largo senza battere ciglio, anzi assegnandoci subito cariche esecutive. E da allora la nostra carriera – se così si può chiamare – continuò nell’alveo del CENSU come in una seconda casa,
Erano anni di battaglie anche politiche. Il CENSU era sorto anche per opporsi alla deriva dell’INU che dopo la scomparsa di Adriano Olivetti si era spostato sempre più a sinistra perseguendo una alleanza organica con i partiti di opposizione. L’occasione di rottura era stata le proposta di legge Sullo che prevedeva l’esproprio generalizzato delle zone di espansione, contestata dagli ingegneri non tanto per motivi ideologici quanto perchè era ritenuta sbagliata ed inapplicabile nella situazione italiana .
In quegli anni il contrasto con l’INU era duro e tenace, senza esclusione di colpi. Noi due, entrambi soci effettivi delI’INU, sostenemmo da sempre la necessità di un dialogo, opponendoci con successo alle posizioni di chi all’interno del CENSU – come tentò di fare l’On. Agostino Greggi, deputato andreottiano ed ingegnere – voleva istituire un collegamento diretto con la destra democristiana. E con qualche aiuto riuscimmo a bloccarlo.
L’amicizia personale si era intanto rinsaldata, anche attraverso i legami con le rispettive consorti, Raffaella e Maria Fausta. Contatti frequenti, vacanze passate insieme; viaggi di studio organizzati dal Centro Veneto. Si avviò anche una proficua collaborazione sul piano professionale, con numerosi piani fatti insieme; ed anche un tentativo – presto abbandonato – di mettere insieme i due studi professionali. La distanza tra Milano e Bassano, in tutti i sensi, non era superabile.
Poi successe un secondo fatto epocale. Giovanni Astengo all’inizio degli anni ‘70 creò la prima facoltà di urbanistica italiana. La sede fu Preganziol, un piccolo centro sul Terraglio, tra Treviso e Mestre, perché l’IUAV aveva negato la storica sede veneziana.
Era scoppiata da poco la rivoluzione del sessantotto, la scuola era completamente politicizzata. I professori tutti di sinistra con grande prevalenza di extraparlamentari, gli studenti ancora di più. Esami di gruppo, voto politico, i professori non allineati insultati e messi alla gogna. Per noi che prevenivamo dalla rigidità militaresca delle vecchie facoltà di ingegneria un vero e proprio trauma. Eravamo una infima minoranza – meno di una decina su quattrocento ammessi al primo corso – e ci trovammo spesso a contestare l’andazzo generale imposto dai colleghi più giovani.
Tuttavia gli anni di Preganziol furono un’esperienza altamente positiva. La presenza di docenti di grande spessore tecnico e culturale – Giovanni Astengo, Bernardo Secchi, Marcello Vittorini, ed altri ancora – ci aprì gli orizzonti di un mondo nuovo, ancora in parte sconosciuto. Da tempo lamentavamo un eccessivo taglio tecnocratico nell’insegnamento dell’urbanistica nelle facoltà di ingegneri, tipico il caso del POLI. E dalle lezioni, o meglio dai seminari all’aperto di Preganziol riuscimmo a recuperare il meglio dall’insegnamento. Ci rendemmo conto che il collegamento con l’economia, l’ambiente, il sociale e la politica, anche se tutt’altro che facile, era fondamentale per l’urbanistica, che altrimenti correva il rischio di diventare un esercizio asfittico lontano dalla realtà.
Il nostro percorso all’interno del CENSU continuava. Un episodio che voglio raccontare fu quando nel 1995 il CENSU era entrato in una crisi profonda, anche in seguito alla scomparsa dei padri fondatori. Con Michele ci ponemmo il problema di come rilanciare l’associazione, e pensammo che la soluzione migliore sarebbe stato la presenza al vertice di una grande personalità, in grado con il suo prestigio di dare lustro e visibilità al sodalizio. Individuammo la persona che faceva al caso nostro in Giovanni Travaglini, tecnico di grande prestigio e di infinite cariche, Presidente del Consiglio Superiore LL PP, parlamentare europeo e nazionale, allora Ministro dei Lavori Pubblici nel gabinetto Colombo.
Ricordo ancora quando ci recammo al casermone di Porta Pia, un po’ titubanti perché pensavamo che una persona così importante ed impegnata difficilmente avrebbe preso in considerazione la nostra proposta. Dopo molte anticamere fummo introdotti nello studio del ministro, e proponemmo a Travaglini – che non conoscevamo personalmente – di assumere la carica di presidente, che nelle nostre intenzioni ritenevamo pressochè onoraria, lasciando a noi l’onere della conduzione pratica. Quale fu la nostra sorpresa quando Travaglini dichirò immediatamente di accettare la proposta, quasi senza pensarci sopra. Ci disse poi che lo aveva affascinato l’idea di lavorare con dei giovani entusiasti – come allora eravamo noi – su temi come l’urbanistica che aveva sempre coltivato in passato come Provveditore alle OO PP. della Campania e della Calabria.
La sua leggendaria capacità di motivare amici e collaboratori verso obiettivi comuni e condivisi consentì ben presto al CENSU di riprendere il cammino. Tra l’altro superando le vecchie barriere e ricucendo i rapporti con l’INU anche grazie all’amicizia che lo legava al Presidente Campos Venuti.
Voglio solo ricordare l’esperienza straordinaria che facemmo in quegli anni mettendo a punto una proposta articolata di nuova legge urbanistica. Travaglini coinvolse due mostri sacri come Vincenzo Caianiello, già presidente della Corte Costituzionale, e Paolo Stella Richter, grande giurista e presidente degli avvocati amministrativisti italiani. Come segretario del CENSU mi trovai a coordinare il lavoro insieme a Michele ed a Guido Colombo che da anni si era messo al nostro fianco con la sua immensa conoscenza della materia. Presentammo il lavoro in un grande convegno nell’auditorium di Confindustria a Roma. Una proposta che riscosse un unanime apprezzamento dal mondo dei tecnico e del real estate; anche se poi, come poi successe altre volte, non ebbe esito alcuno da parte politica. Ma riteniamo di aver fatto il nostro dovere verso il paese verso la categoria, e questo ci basta.
La storia si avvicina alla fine. Negli ultimi anni ricordiamo Michele sempre presente ed attivo nel nostro centro. Alto, dinoccolato e un po’ più curvo, elegante nel tratto e nel vestire, sempre disponibile al colloquio con i colleghi più giovani, portava nelle discussioni e nei convegni il contributo della sua esperienza e della sua saggezza.
Questo era Michele, e così vogliamo ricordarlo. Ci mancherà, ma rimarrà vivo in noi il ricordo dei giorni vissuti insieme. Riposa in pace.

Dionisio Vianello

Bassano, 15/03/2022

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